Davos e l’ipocrisia delle élite globali

Si è concluso lo scorso venerdì il Foro Economico Mondiale di Davos, la conferenza che ogni gennaio da 50 anni ospita nelle Alpi svizzere le élite politiche, finanziarie e industriali, per delineare l’agenda globale.

di Thais Palermo Buti 

Con la presenza di circa 3.000 leader mondiali, fra cui capi di Stato e di governo, banchieri, miliardari, CEO di grosse multinazionali, la Conferenza di quest’anno, intitolata “Stakeholders for a cohesive and sustainable world” (Gruppi di interesse per un mondo coeso e sostenibile), è stata dedicata all’ambiente e alla povertà.

Ma il tema dell’incontro certamente non rivela nessuna delle vere intenzioni dei proprietari di ricchezza globale lì presenti. Basta uno sguardo ai principali sponsor dell’evento per avere un’idea di cosa si tratta: IBM, Bank of America, Google, Nestle, Novartis, Facebook, JP Morgan, Coca Cola, Volkswagen, Unilever, Huawei, tra tanti altri colossi, sempre in prima linea nel criticare le proposte alternative per risolvere i problemi più gravi che colpiscono il mondo, e di cui sono fondamentalmente la causa.

Dopo mezzo secolo di conclavi e incontri ad alto livello dei leader del capitalismo, il sistema ha approfondito il suo grado di ingiustizia e povertà, e a seguito della crisi economica e finanziaria del 2008-2009, gli incontri annuali hanno iniziato ad inserire nella propria agenda temi “sensibili” quali l’aumento della disuguaglianza e il cambiamento climatico. A parole sembrano tutti convinti che il nuovo obiettivo delle aziende non debba più essere il guadagno e il valore per gli azionisti, ma “l’investimento nella forza lavoro, la tutela ambientale, l’approccio corretto ed etico verso i fornitori, il valore a lungo termine”.

Ma perché oggi si parla di ambiente e disuguaglianza a Davos? Perché alcuni milionari preoccupati per la stagnazione economica propongono di pagare più tasse e iniziano a considerare l’impronta ecologica delle loro azioni?

La risposta va cercata non certo in un mea culpa collettivo, ma nella paura di una degenerazione della situazione sociale anche nei cosiddetti paesi ricchi che potrebbe portare, come si è già visto l’anno scorso in diverse parti del mondo, a un’inarrestabile ondata di proteste. Forse finalmente le élite presenti al Forum hanno capito che l’aumento della povertà dovuto alle politiche di austerità, e lo spaventoso incremento dei livelli di disuguaglianza – che il filosofo Paulo Arantes ha chiamato “brasilianizzazione del mondo” in riferimento ai tristemente noti indici di distribuzione del reddito in Brasile – possono essere un mix esplosivo e controproducente.

Il rapporto di Oxfam

Come rivela il rapporto “Time to care”, elaborato da Oxfam e presentato a Davos, le nostre economie sessiste alimentano la crisi della disuguaglianza, consentendo a un’élite benestante di accumulare enormi fortune a spese della gente comune e delle donne e ragazze particolarmente povere. Il risultato è che i 22 uomini più ricchi del mondo hanno più ricchezza di tutte le donne in Africa. Secondo l’Amministratore Delegato di Oxfam India, Amitabh Behar, le tasche dei miliardari e delle grandi imprese si rimpolpano a spese di uomini e donne ordinari, e non ci sarebbe da stupirsi, infatti, se le persone iniziano a chiedersi se i miliardari debbano davvero esistere.

Dal 2007 al 2011, afferma Oxfam, i salari medi dei paesi del G-7 (Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) sono aumentati del 3%, mentre i dividendi pagati dalle società ai loro partner e azionisti sono aumentati 30%. Far pagare più tasse ai ricchi e alle aziende sarebbe il primo passo per affrontare una disuguaglianza fuori controllo e che tende a peggiorare con la crisi climatica, prosegue il rapporto, che parla di “porre fine alla ricchezza estrema per sradicare la povertà estrema”, e afferma che con solo mezzo punto percentuale in più di tassa ai ricchi, sarebbe possibile creare 117 milioni di posti di lavoro nell’istruzione, nella sanità e nella cura degli anziani.

La denuncia di Greenpeace

C’è da aspettarsi quindi che i maggiori esponenti del capitalismo abbiano imparato la lezione? Difficile a credersi.  Sempre in occasione del Forum, Greenpeace ha denunciato la farsa dell’impegno per il clima dei big della finanza. Il suo rapporto “It’s the finance sector, stupid”, svela che banche e fondi pensione presenti al meeting sono esposti finanziariamente con le aziende di combustibili fossili per un valore di 1.400 miliardi di dollari, e che alcune importanti compagnie assicurative lì presenti sono i principali sostenitori di interi settori industriali altamente inquinanti, ragione per la quale queste società tradiscono di fatto, sia da un punto di vista ambientale che economico, l’obiettivo di “migliorare lo stato del mondo”, come si legge nel documento istituzionale del Forum.

Di tutte le definizioni sulla vera natura di questo cinquantennale incontro, la più aderente alla realtà sembra essere quella coniata dal direttore generale della rivista Time, Anand Giridharadas, che ha descritto Davos come “una riunione di famiglia per le persone che hanno distrutto il mondo moderno”. E che sicuramente non si sbrigheranno a sistemarlo.