Coronavirus: benvenuti nell’era dell’uomo

07/03/2020 – di Thais Palermo Buti

Se ne è parlato e se ne parla così tanto, che sembra non ci sia più spazio per affrontare l’ennesima notizia sul Coronavirus. La progressione del contagio, le misure del governo, i pareri degli esperti, l’OMS, i sintomi e gli asintomatici, le partite a porte chiuse, le reazioni e controreazioni dei mercati, le mascherine e l’amuchina.

Notizie nate vecchie, fenici bisognose di reinventarsi a ogni quarto d’ora per garantire i click necessari alla sopravvivenza della nostra stampa-ai-tempi-di-facebook. E qua ci sguazza l’avvoltoiame mediatico: dai racconti da telenovela messicana su operatori sanitari, ricercatrice ed epidemiologi, innalzati da precari dimenticati di ieri (come ogni buon ricercatore che si rispetti nella nostra terra italica) a eroi nazionali di oggi da dimenticare e riprecarizzare domani, ai titoli distorti del tipo “la prima donna morta a Roma”, salvo poi scoprire, nell’articolo, che la vittima era cardiopatica e “stante il complesso quadro clinico è possibile affermare che la donna sia deceduta ‘con’ il COVID-19 e non a causa dello stesso”, come ha precisato la comunicazione dell’Ospedale San Giovanni, dove è avvenuto il decesso.

E chi più ne ha più ne metta.

Ma se ci allontaniamo da questo lembo di mélo-isteria collettiva che rischia di avvinghiarci con fare appiccicoso, indotta da una stampa non all’altezza della sua funzione e da reti sociali nate ai tempi della post-verità, che altro si può dire sul Coronavirus?

Welcome to the human epoch, baby!

Niente di più coerente di una pandemia zoonotica per accoglierci a braccia aperte nell’Antropocene, l’era geologica in cui viviamo da qualche anno; per la precisione, l’Antropocene Working Group colloca il suo inizio, simbolicamente, il 16 luglio 1945, giorno in cui la detonazione a scopo dimostrativo del primo ordigno nucleare della storia sparse nel mondo dei radionuclidi mai visti prima di allora.

Come riporta in un articolo interessante e ricco di spunti il sociologo Alessio Giacometti, negli ultimi secoli abbiamo introdotto in natura più di duecento minerali prima inesistenti, disperso particelle carboniose sferoidali e polimeri plastici dalla cima dell’Everest alla Fossa delle Marianne, rivestito la superficie terrestre con una tecnosfera da 30 trilioni di tonnellate di cemento e metallo. Abbiamo condotto all’estinzione l’83% delle specie animali viventi e dimezzato la popolazione di alberi del 50%. Abbiamo anche riversato in aria oltre duemila miliardi di tonnellate di anidride carbonica, il cui livello di concentrazione nell’atmosfera è oggi il più alto degli ultimi tre milioni di anni. Se dovessimo estinguerci domani, i nostri prodotti materiali sparirebbero in meno di diecimila anni, ma le alterazioni biogeochimiche dei cicli del carbonio, del fosforo e dell’azoto rimarrebbero per milioni di anni, dopo di noi.

Insomma, ci siamo dati da fare e ce la siamo davvero meritata un’era geologica tutta per noi. Ed è interessante notare, come ci illustra ancora Giacometti nel suo articolo, riferendosi al libro “Il pianeta umano. Come abbiamo creato l’Antropocene”, di Lewis e Maslin come la scelta sul nome dell’era precedente, Olocene, sia stata determinata da una sorta di compromesso per non scomodare l’industria petrolifera e mineraria.

Se non dovesse ancora essere chiaro il legame tra l’Antropocene e il Coronavirus, ce lo fa notare uno studio condotto con il coordinamento di Moreno Di Marco del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza e pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences ), che mette in relazione il fenomeno della diffusione delle malattie infettive con l’azione dell’uomo sulla natura.

Lo studio sottolinea che l’attuale epidemia, causata da un coronavirus simile a quello della Sars, non è che l’ultima di una serie di epidemie che hanno terrorizzato paesi di ogni parte del mondo negli ultimi anni: Ebola, Sars, Zika, MERS, H1N1, e che hanno una cosa in comune: sono di origine zoonotica, trasmesse cioè dagli animali, soprattutto selvatici.

Infatti, i recenti focolai di malattie infettive come il Covid-19, sono stati associati alle alte densità di popolazione umana, ai livelli insostenibili di caccia e di traffico di animali selvatici, alla perdita di habitat naturali (soprattutto foreste) che aumenta il rischio di contatto tra uomo e animali selvatici e all’intensificazione degli allevamenti di bestiame (specie in aree ricche di biodiversità).

Lo studio evidenzia che il rischio di insorgenza di pandemie non dipende di per sé dalla presenza di aree naturali o di animali selvatici, ma piuttosto dal modo in cui le attività antropiche influiscono su queste aree e queste specie.

E rieccoci quindi all’Antropocene!

Qualche anno fa lo scrittore e inviato della National Geographic David Quammen ci aveva già avvertito, nel suo libro Spillover, che “zoonosi” sarebbe diventata la parola del futuro, e a quanto pare il futuro è arrivato. Insieme alla zoonosi, sembra che diventerà altrettanto famoso il termine “spillover” (o salto di specie), che descrive il salto di un patogeno da una specie all’altra e il radicamento nel nuovo organismo come agente infettivo. Un fenomeno strano, raro o poco importante, che riguarda solo allevatori e poche altre categorie professionali?

Come ce lo spiega Marco Tozzi in un articolo uscito su La Stampa qualche giorno fa, lo spillover è sempre possibile, ma viene favorito dove ci sono attività umane che impongono grandi modifiche ambientali, per esempio impiantare allevamenti intensivi e monoculture, come le palme da olio, a spese della foresta tropicale, cioè proprio dove la fauna selvatica è più importante per numero di specie e di individui e dove, di conseguenza, i patogeni sono più presenti e importanti. Quando vediamo arrivare storni e gabbiani nelle nostre città, non ci sorprendiamo forse poi più di tanto, ma bisogna considerare che questi animali portano con loro un corredo di microrganismi che andrebbe conosciuto. E la loro migrazione è dovuta esattamente alle stesse cause: crescita delle aree metropolitane, disboscamenti selvaggi, deserti agricoli, caccia.

Per quanto ci sforziamo di fare da imperatori dell’Universo al di sopra della natura e delle altre specie, “viviamo e ci muoviamo avviluppati in una rete fatta di virus e batteri che uniscono, ci connettono l’uno all’altro: rappresentano una sorta di collante naturale, che lega un individuo all’altro e una specie all’altra all’interno di quelle complesse rete biofisiche che chiamiamo ecosistemi”, afferma ancora Quammen, con una frase che è il sogno di qualunque addetto alla fantascienza apocalittico-distopica: le malattie infettive sono dappertutto.

La fine del mondo? Per la natura, che non sembra dispiacersi più di tanto per la nostra assenza, si direbbe tutt’altro. La prova è il calo drastico delle emissioni di diossido di azoto in Cina da quando è scoppiata l’epidemia di covid-19, come illustrano alcune immagini satellitari della NASA della scorsa settimana.

Per noi, poveri, fragili, disgraziati esseri umani, c’è da capire come vivere in un’epoca – sempre lui, l’Antropocene – caratterizzata da paesaggi globali pieni di rovine. L’antropologa statunitense Anna Lowenhaupt Tsing sostiene che questi luoghi, malgrado gli annunci di morte, sono come campi abbandonati che possono generare nuove vite multispecie e multiculturali, e che in uno stato globale di precarietà, non abbiamo altra scelta se non cercare vita in queste rovine (“Viver nas ruínas: paisagens multiespécies no antropoceno”).

Chissà se il Coronavirus genererà altre rovine, e quali, e per chi. Per ora sappiamo di essere appena entrati in una nuova era, che lascerà l’impronta umana per milioni di anni, ma non saremo testimoni della sua fine, per fortuna del pianeta.


CHIUDI
CHIUDI