Forse Rino Gaetano non è mai stato figlio unico, perché ha un fratello gemello riconosciuto in Andrea Pazienza…

di Skatèna 

Crotone – 29 ottobre 1950: nasce Rino Gaetano. 

Avrebbe compiuto 69 anni oggi Rino Gaetano, mito inclassificabile e transgenerazionale, il magico cantautore e burlone di successo che nel ’78 si presentò sul palco dell’Ariston cantando Gianna in frac, cilindro e scarpe da tennis.

Scomparso troppo giovane, ma ancora presente nel cuore e nella mente di numerosissimi fan che anche oggi, come avviene ormai da anni, lo ricordano. Rino morì che aveva solo trent’anni, in un incidente stradale sulla via Nomentana il 2 giugno 1981.

Come immagine di copertina per l’articolo che oggi dedico a questo grande cantautore e maestro di ironia, ho scelto una fotografia di un murales realizzato dallo street artist Carlos Atoche a Castelverde, un avamposto della città di Roma.

 

Vorrei ricordare Rino con due sue canzoni: Mio fratello è figlio unico e La ballata di Renzo.

Entrambe sono legate dallo stesso filo conduttore.
Mio fratello è figlio unico, tristemente profetica, fu scritta infatti da un giovane Rino che di lì a qualche anno sarebbe rimasto vittima di un sinistro stradale.
Ma il presagio più inquietante, nei suoi testi, è consegnato a La ballata di Renzo, che racconta l’odissea di un ragazzo in fin di vita respinto da più ospedali romani: La strada molto lunga / s’andò al San Camillo / e lì non lo vollero per l’orario./ La strada tutta scura / s’andò al San Giovanni / e lì non lo accettarono per lo sciopero…
La canzone fu scritta nel 1971 e anticipò di 10 anni la tragedia che avrebbe vissuto lo stesso Rino dopo l’incidente avvenuto a Roma, sulla Nomentana, quella notte del 2 giugno 1981, alle 3.55.
Mentre stava tornando a casa a bordo della sua Volvo 343, rimase travolto da un camion che viaggiava in senso opposto all’altezza di via Carlo Fea. L’autista disse di aver visto l’auto sbandare paurosamente ad alta velocità e andare a sbattere contro la fiancata dell’autotreno.
Così raccontò la cronaca del «Corriere» il giorno dopo: «Soccorso dagli agenti della polizia stradale di Settebagni, il cantautore veniva portato in gravi condizioni all’ospedale». Sarebbe morto alle 6 del mattino.
Ma come il Renzo della canzone, anche Rino fu respinto da diversi ospedali che non erano in grado di accogliere un uomo con il cranio sfondato. Il Messaggero precisò che l’ambulanza (dei Vigili del Fuoco) aveva chiesto invano ospitalità al Gemelli, al San Filippo Neri, al San Giovanni, al Cto della Garbatella, al San Camillo.
Il Policlinico, ultima spiaggia, non era attrezzato per interventi di neurochirurgia, come ammise il direttore sanitario dell’ospedale. Partì un’inchiesta, che sarebbe stata archiviata dopo 10 anni. «Come Buscaglione», titolarono i giornali. Nessuno scrisse: come Renzo… (fonte: Corriere della Sera). 

Quando penso a Rino Gaetano, in automatico mi viene in mente un altro immenso artista cult, anch’egli scomparso prematuramente: Andrea Pazienza.
Come ha sostenuto Rosario Pipolo in un suo interessantissimo scritto, forse nessun fumettista è stato così musicale come Paz: la sua matita disegnava rock puro, e le sue storie, i suoi personaggi, sembrano fatti apposta per i versi delle canzoni di Rino.
Ad unire i due artisti non è stata la morte che se li è portati via troppo presto, né tantomeno il volto dell’attore Claudio Santamaria che ha interpretato il primo nel film Paz e il secondo nella fiction Ma il cielo è sempre più blu.
Il ricongiungimento di Andrea e Rino avviene lungo la sottile linea d’ombra di un’opera che non può essere catalogata, che sfugge all’archiviazione post-mortem, rinascendo accanto all’irrequietezza e sofferenza di ogni generazione, pronta a ritrovare nuove illuminazioni a seconda della prospettiva. Le parole musicate di Rino ritagliano i contorni delle storie di Andrea; i disegni di Paz danno fisicità all’immaginazione del canzoniere di Gaetano (cit). 

Forse Rino non è mai stato figlio unico, perché ha un fratello gemello riconosciuto in Andrea.