Radio - Questa guerra è di Obama
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Questa guerra è di Obama Stampa E-mail

di Atilio Boròn


 Il mondo è sull’orlo di un nuovo conflitto: navi da guerra degli Stati Uniti e della sua pedina in Medio Oriente, Israele, avanzano nel Golfo Persico con la chiara intenzione di attaccare l’Iran. Di seguito, un’analisi della giustificazione di questa imminente guerra data dall’accademico israelo-statunitense Amitai Etzioni. La tesi di questo autore è illuminante per lo sciagurato ruolo che giocano in essa i pregiudizi razzisti, il disprezzo per la prova empirica (come nel caso dell’Irak, dove contro qualsiasi evidenza, lo si accusava di possedere armi di "distruzione di massa") e l’immorale intreccio tra gli interessi imprenditoriali e le impostazioni teoriche prevalenti nel ristretto mondo accademico statunitense.


Iran, la guerra di Obama


Amitai Eztioni è uno dei sociologi più influenti del mondo. Nato in Germania ed emigrato in Israele negli anni della fondazione di quello Stato, tempo dopo si è trasferito negli Stati Uniti dove ha iniziato una lunga carriera accademica che lo ha portato a passare per alcune delle più prestigiose università di quel paese: Berkeley, Columbia, Harvard, fino a culminare, negli ultimi anni a Washington, D.C., come Professore di Relazioni Internazionali della George Washington University. Pero le sue attività non si limitano agli ambiti universitari: è stato un consulente di vari presidenti degli Stati Uniti, soprattutto di James Carter e Bill Clinton. E dall’11-S, con il sorgere del bellicismo, la sua voce ha risuonato con maggior forza nel establishment statunitense. Qualche giorno fa ne ha dato un nuovo esempio.
Incondizionale apologo dello Stato di Israele, ha appena pubblicato nella Military Review, una rivista specializzata dell’esercito degli Stati Uniti, un articolo che mette in luce il “clima di opinione” che prevale nella destra statunitense, nel complesso militare-industriale e nei più alti settori dell’amministrazione, e soprattutto nel Pentagono. Il titolo del suo articolo dice tutto: “Un Iran con armi nucleari può essere dissuaso?” La risposta, ovviamente, è negativa. Questa pubblicazione non poteva uscire in un momento più opportuno per i guerrafondai statunitensi, quando varie informazioni –messe a tacere dalla stampa che si autodefinisce “libera” o “indipendente”- parlano dello spostamento di navi da guerra statunitensi e israeliane nel Canale di Suez dirette in Iran, cosa che fa temere l’imminenza di una guerra.
In alcune delle sue ultime “Riflessioni” il Comandante Fidel Castro aveva messo in guardia, con la sua abituale lucidità, sulle infauste implicazioni della escalation scatenata da Washington contro gli iraniani, la cui modalità differisce solo superficialmente da quella usata per giustificare l’aggressione dell’Iraq: tartassamento diplomatico, denuncie presso l’ONU, sanzioni sempre più severe del Consiglio di Sicurezza, “inadempienza” di Teherán e l’inevitabile soluzione militare. Le fosche previsioni del Comandante sembrano ottimiste in confronto a quello che ipotizza questo tenebroso ideologo dei falchi statunitensi. In un’intervista concessa mercoledì scorso a Natasha Mozgovaya, corrispondente del periodico israeliano Haaretz negli Stati Uniti, Etzioni reitera quanto scritto nella Military Review, ovvero: Iran vuole costruire un arsenale nucleare e questo è inaccettabile. L’unica possibilità è un esemplare attacco militare, ed è preferibile scatenarlo un mese prima e non dieci giorni dopo che il satanizzato Iran abbia la bomba atomica. Nel suo articolo il professore della GWU insiste nel segnalare che qualsiasi altra possibilità deve essere scartata: la diplomazia ha fallito; le sanzioni dell’ONU sono prive di efficacia; bombardare le istallazioni nucleari non cambierebbe molto le cose perché, secondo quanto dichiarato dal Segretario della Difesa Robert Gates, l’unica cosa che si otterrebbe sarebbe ritardare l’avanzamento del progetto atomico iraniano di tre anni; e, infine, la dissuasione non funziona con “attori non razionali” come l’attuale Governo iraniano, dominato dall’irrazionalità fondamentalista che contrasta con la misura e la razionalità dei governanti israeliani che uccidono attivisti umanitari in pieno Mediterraneo. Di conseguenza, l’unica cosa davvero efficace è distruggere l’infrastruttura iraniana per impedire la ripresa del suo programma nucleare.
Questo attacco, aggiunge, “potrebbe essere interpretato da Teherán come una dichiarazione di guerra totale”, pero dato che i tentativi di dialogo messi in atto da Obama non hanno avuto esito è urgente e imprescindibile adottare misure drastiche se gli Stati Uniti non vogliono perdere il loro predominio in Medio Oriente a causa dell’Iran. Per le sue grandi riserve petrolifere - superate solo da Arabia Saudita e Canada, e molto superiori a quelle di Iraq, Kuwait e gli Emirati- Iran eccita le brame dell’imperialismo statunitense, che con il 3% della popolazione mondiale consuma il 25% della produzione mondiale di petrolio. Inoltre, non bisogna dimenticare che la guerra è l’affare principale del complesso militare-industriale, quindi per sostenere i suoi guadagni bisogna usare e distruggere aerei, missili, elicotteri, eccetera. Così, la diabolica coppia formata dalla “guerra preventiva” e la “guerra infinita” continua inalterabile il suo corso, ora con la presidenza di un Premio Nobel della Pace il cui servilismo di fronte a interessi così oscuri unito alla sua mancanza di coraggio di onorare quel premio pone l’umanità sull’orlo dell’abisso. E non si può dire che questa guerra faccia parte della “pesante eredità dei miei predecessori”, come usano dire i governanti affetti da rassegnazione e immobilismo. Non è la guerra di Bush portata avanti dal suo successore, ma è un genuino prodotto della nuova amministrazione imperiale. Chiamiamo le cose con il loro nome: questa è la guerra di Obama.

 

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